Padre dona due organi alla figlia: primo trapianto combinato in Italia, da donatore vivente.
Bergamo, 20 gennaio 2026 – Il trapianto è stato realizzato, con successo, il 18 dicembre scorso, all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo: il primo caso di trapianto combinato di due organi prelevati da un unico donatore vivente. Gli interventi di prelievo e di trapianto sono durati 18 ore.
Prima persona ad aver donato, in vita, due organi in simultanea.
Un cittadino serbo di 37 anni è la prima persona in Italia ad aver donato, in vita, due organi in simultanea (trapianto combinato). Sua figlia Sofija (il nome è di fantasia), di 7 anni, ha ricevuto da lui un rene e una porzione di fegato. Padre e figlia adesso stanno bene e sono stati dimessi dall’Ospedale Papa Giovanni XXIII nella giornata di ieri.
La rara malattia genetica di cui era sofferente la bimba
La piccola paziente resterà a Bergamo, per i controlli di routine, per i prossimi mesi, ma potrà condurre una vita regolare. La bambina soffriva, da tempo, di una rara malattia genetica che colpisce sia il fegato che i reni, costringendola alla dialisi peritoneale, fin dall’età di 4 anni, eseguita giornalmente al suo domicilio della durata di 5 ore (dalle 13 alle 18). La necessità di ricorrere all’emodialisi ha limitato i movimenti della piccola, legata a sedute di dialisi eseguite a giorni alterni. Il quadro clinico si è, però, complicato a seguito dello sviluppo di una cirrosi epatica, che non consentiva l’esecuzione del trapianto renale isolato.
La gioia del padre
“È una gioia oggi vedere che nostra figlia ha riacquistato l’appetito e la voglia di giocare – ha affermato il papà della bambina -. Prima si stancava molto facilmente e interrompeva il gioco per sdraiarsi a riposare. Ora sta diventando come tutti gli altri bambini: vivace, gioiosa, piena di energia, finalmente senza cateteri che erano necessari per la dialisi. Ora potrà iniziare la scuola, spensierata come i suoi coetanei”.
L’intervento effettuato dall’équipe del prof. Pinelli
I chirurghi della Chirurgia 3 – trapianti addominali, diretta da Domenico Pinelli, hanno verificato la disponibilità del padre a donare parte del fegato ed un rene alla figlia e la compatibilità donatore-ricevente. I rischi dell’intervento per il padre donatore sono stati considerati accettabili a fronte dei benefici attesi per la bambina in termini di qualità di vita e prognosi.
Durata dell’intervento
L’intervento ha avuto inizio alle ore 9.30 di domenica 18 dicembre, per concludersi 18 ore dopo, alle 3.37 di notte del giorno successivo. In due sale chirurgiche attigue si sono alternati 6 chirurghi, 7 anestesisti e 20 figure infermieristiche. L’équipe chirurgica responsabile del prelievo d’organi nel padre era composta dai medici Stefania Camagni, Annalisa Amaduzzi, Flavia Neri e Martina Sala e per la parte anestesiologica dai medici Andrea Minini, Giusi Starita e Anna Zeduri. L’intervento della bambina è iniziato con il trapianto di fegato eseguito dai chirurghi Domenico Pinelli e Marco Zambelli ed è proseguito con il trapianto di rene eseguito da Annalisa Amaduzzi e Flavia Neri. L’assistenza anestesiologica è stata eseguita da Emanuele Capaccio, Carlo Pirola ed Emanuela Cadei e dal responsabile del servizio Alberto Benigni. Gli infermieri strumentisti, di anestesia, di sala operatoria e gli Operatori Socio Sanitari sono stati coordinati da Corrado Colombo.
Le dichiarazioni
Domenico Pinelli (in foto), Direttore della Chirurgia 3 trapianti addominali, ASST Papa Giovanni XXIII:
“L’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è uno dei pochi centri autorizzati a realizzare trapianti di tutti gli organi sia adulti che pediatrici. Qui nel 1999 è stata introdotta la tecnica “split” per il trapianto di fegato, che prevede la divisione dell’organo del donatore deceduto in due parti differenti: una più piccola per il trapianto di un bambino e una più grande per il trapianto di un adulto. Lo sviluppo dello split liver ha permesso di azzerare la lista d’attesa pediatrica in Italia. Attualmente quello di Bergamo è tra i centri con la maggiore esperienza al mondo per questo tipo di interventi. Circa il 75% dei trapianti di fegato sui bambini al Papa Giovanni XXIII vengono realizzati grazie a questa tecnica. In questo caso la tecnica ‘split’ è stata adattata per effettuare il prelievo dal genitore solo di una piccola parte di fegato (25% circa) che serviva per il trapianto della figlia”.
Francesco Locati ( in foto), Direttore generale, ASST Papa Giovanni XXIII: “Un ringraziamento va a tutti i professionisti che dedicano il massimo dell’impegno e della professionalità ad ogni singolo trapianto. Questo intervento conferma il livello di elevata specializzazione raggiunto dal nostro ospedale, in particolare nell’ambito dei trapianti in età pediatrica. Per il trapianto di fegato pediatrico la nostra organizzazione ci permette di offrire risposte rapide a molti pazienti da tutta Italia e anche a pazienti provenienti dall’estero, rafforzando il ruolo internazionale del nostro ospedale”.
Giuseppe Feltrin (in foto), Direttore Generale del Centro Nazionale Trapianti: “Questo intervento rappresenta un risultato di straordinario valore clinico, organizzativo ed etico e testimonia la solidità del programma nazionale di donazione e trapianto da vivente, coordinato dal Centro nazionale trapianti. La donazione da vivente, e ancor più in un caso complesso come questo, si fonda su protocolli estremamente stringenti, pensati per garantire la massima sicurezza non solo al ricevente, ma soprattutto al donatore, che viene tutelato in ogni fase del percorso, dalla valutazione iniziale al follow up nel tempo. Il successo di questo trapianto conferma l’eccellenza del sistema trapiantologico italiano, riconosciuto anche a livello internazionale e capace di accogliere pazienti provenienti da altri Paesi nell’ambito di accordi di cooperazione sanitaria, fondati su trasparenza, equità e alta qualità delle cure. Allo stesso tempo, storie come questa, ci ricordano quanto sia fondamentale continuare a promuovere tutte le forme di donazione, da vivente e dopo la morte: solo attraverso la generosità dei donatori e delle loro famiglie, è possibile offrire concrete opportunità di cura e di vita a chi attende un trapianto”.