Il “Papa Giovanni XXIII” e “La Casa di Leo” accolgono i bambini e loro famiglie anche dopo la dimissione dall’ospedale.
Roma, 12 gennaio 2026 – La co-progettazione, strutturata tra un ente del Servizio Sanitario pubblico e un ente del Terzo Settore, è tra le prime esperienze in Italia per garantire non solo accoglienza, ma anche continuità di cure e presa in carico delle famiglie dopo le dimissioni ospedaliere.
Collaborazione tra il “Papa Giovanni XXIII” e l’Associazione “La Casa di Leo”
Un modello innovativo e unico nel panorama nazionale, quello tra il “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo e l’Associazione “La Casa di Leo” capace di integrare in modo strutturato sanità pubblica e accoglienza sociale a sostegno delle famiglie dei bambini con patologie complesse; la loro collaborazione è stata presentatoa oggi a Roma, nella sala stampa di Palazzo Montecitorio, nel corso di una conferenza stampa in cui è intervenuta la Ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli, insieme al Direttore generale dell’ASST Papa Giovanni XXIII, Francesco Locati, alla presidente del Comitato direttivo di EOS APS “La Casa di Leo”, Susanna Berlendis e alla Direttrice sociosanitaria dell’ASST Papa Giovanni XXIII, Simonetta Cesa.
La prima co-programmazione e co-progettazione strutturata in Italia
La collaborazione tra l’Ospedale Papa Giovanni XXIII e La Casa di Leo è tra i primi casi in Italia di co-programmazione e co-progettazione strutturata tra un ente del Servizio Sanitario e una casa di accoglienza pediatrica del Terzo Settore, finalizzata a garantire una presa in carico integrata, continua e appropriata dei bambini e delle loro famiglie anche dopo la dimissione dall’ospedale.
Elemento centrale di questo percorso è il progetto di ampliamento “Leo diventa grande”, concluso nel 2025, che ha portato la struttura da 700 a 3.600 metri quadrati, aumentando la capacità di accoglienza da circa 50 a oltre 300 ingressi all’anno.
L’aumento dell’accoglienza
La nuova Casa di Leo ha aumentato l’accoglienza: dispone oggi di 15 camere, tre appartamenti protetti, spazi ludico-educativi, una palestra riabilitativa e un ambulatorio dedicato a prestazioni infermieristiche e servizi di telemedicina.
Sistema che fa da “ponte” tra ospedale e domicilio
Un sistema pensato come “ponte” tra ospedale e domicilio, in grado di ridurre gli accessi impropri in ospedale, migliorare la qualità di vita dei bambini e sostenere concretamente le famiglie nei momenti di maggiore fragilità.
Le dichiarazioni
“La collaborazione tra l’ASST Papa Giovanni XXIII e Casa di Leo – ha spiegato la Ministra Alessandra Locatelli (in foto) – rappresenta un esempio importante di come la co-progettazione e la co-programmazione possano tradursi in risposte concrete ed efficaci per le famiglie dei bambini con patologie complesse e degenerative. Questo modello innovativo, che può diventare un riferimento per tutto il Paese – ha proseguito – garantisce continuità di cura, presa in carico integrata e sostegno anche dopo la dimissione ospedaliera, mettendo al centro la persona e i suoi bisogni. Ringrazio tutti coloro che ci hanno creduto e lavorano quotidianamente con impegno e passione al servizio degli altri”.
“Questo progetto – ha dichiarato Francesco Locati (in foto), Direttore generale dell’ASST Papa Giovanni XXIII – rappresenta un cambio di paradigma nel modo di intendere la cura. Con La Casa di Leo abbiamo costruito un’alleanza stabile con un ente del Terzo Settore che ci consente di estendere il percorso di cura oltre l’ospedale, mettendo davvero al centro il bambino e la sua famiglia. È un modello che unisce appropriatezza clinica, umanizzazione e sostenibilità – ha aggiunto Locati – e che può diventare un riferimento per il sistema sanitario nazionale”.
“L’integrazione tra dimensione sanitaria e sociale – ha commentato Simonetta Cesa (in foto), Direttrice socio-sanitaria dell’ASST Papa Giovanni XXIII – è la chiave per rispondere ai bisogni complessi dei bambini fragili. La Casa di Leo non è solo un luogo di accoglienza – ha proseguito – ma uno spazio di continuità assistenziale, dove servizi sanitari, supporto sociale e prossimità alle famiglie si intrecciano in modo strutturato. Questo progetto dimostra che una presa in carico davvero integrata è possibile e produce valore per le persone e per il sistema,” ha concluso Simonetta Cesa.